PERCORSO DI RECUPERO IDENTITÀ STORICA
“AIA LUOGO COMUNE”
a cura del Gruppo informale “Arco Antico”
La “gagg di liune” ovvero SEP ALL’ÈR.
Nella memoria delle comunità vi sono delle cose che lasciano il segno e che vengono tramandate affinché anche i più giovani ne siano a conoscenza. Un posto importante è occupato da tutti quei luoghi-simbolo del passato, spesso legati al sudore e ai sacrifici di un tempo. Tra questi, le piscine o cisterne erano le fonti di approvvigionamento delle acque piovane per gli usi civici e agricoli, presso le quali, in estate, si formavano file di carri a riempire le botti per portare a casa e nei campi l’acqua sufficiente. Un altro esempio erano i pagliai, specie di trulli a tetto tondo che offrivano riparo ai contadini in caso di improvvisi temporali.
Ma l’esempio più significativo era l’aia, la quale più che un manufatto ad uso comune, era un vero e proprio luogo comune, nel quale le comunità potevano e dovevano condividere spazi vitali. Mentre le cisterne e i pagliai erano molteplici e disseminati in paese e nelle campagne, ogni comunità aveva una ed una sola aia, un po’ come il municipio o la chiesa madre, ed intorno ad essa si svolgevano le principali attività lavorative e talvolta aggregative. Così anche l’aia di Adelfia, diventata luogo pubblico a seguito di una lunga controversia tra il comune ed il Marchese di Montrone, che voleva conservare la titolarità e di conseguenza il pagamento di gabelle, nonostante il secolare utilizzo che la popolazione ne aveva fatto. Solo con decreto del 19 giugno 1806 del Comune di Montrone, l’aia venne affrancata e resa immune da qualsiasi peso feudale, divenendo esclusiva e assoluta pertinenza pubblica. L’aia di Adelfia, da tutti nota come “sop all’er”, ha segnato nei secoli lo sviluppo sociale, economico, culturale e topografico della comunità locale; fino a qualche decennio fa era centro nevralgico del paese, tanto che l’attuale corso Umberto I, arteria principale della città che si origina dalla porta del centro storico, si chiamava via dell’aia.
Prima dell’invenzione dei mezzi di trasporto a lunga distanza (treni, camion, automobili), si coltivavano prodotti a consumo familiare oppure, se destinati al commercio, non deperibili (granaglie, mandorle) o conservabili (olio, vino, fichi secchi). Per questo bisognava esporli al sole per un determinato periodo e questo procedimento lo si faceva in estate sull’aia, un’ampia estensione di terra battuta sulla quale venivano distesi i prodotti di stagione ad essiccare.
Per meglio comprendere ciò che accadeva, riportiamo un racconto scritto da un appassionato di storia locale su facebook: “Ad Adelfia, i contadini nel corso dei secoli hanno usato metodi diversi per sgusciare i chicchi dalle spighe di grano. Nonostante nei primi decenni del ‘900 fosse comparsa la trebbiatrice con il motore a scoppio, fino agli inizi degli anni ’50 molti contadini utilizzavano ancora la tecnica di trebbiatura tradizionale.
Montrone nell’attuale piazza Trieste e a Canneto abbasc a la cappedde. Terminata la mietitura, le messi venivano trasportate sull’aia con i carri trainati dai muli. Prima della trebbiatura si ponevano nell’aia in cerchio i covoni slegati e aperti nella giusta quantità , quindi si legava al giogo, portato da animali, una grossa pietra la quale strisciando sulle spighe le sgranava. Dietro gli animali che calpestavano le spighe e trascinavano la pietra c’erano sempre degli uomini che ammucchiavano e rivoltavano la paglia, eliminandola poi chi frcidde di legno. Eliminata la paglia grossa, le spighe rimaste e altro materiale estraneo, venivano raccolti con un rastrello. Nel frattempo altri contadini ammucchiavano il grano da pulire (o altri cereali) con le pale e recuperavano dietro di loro i chicchi rimasti con scope di saggina o di ginestra. A questo punto bisognava separare i chicchi dalle impurità con cui si erano mescolati. Questa operazione veniva effettuata con la ventilazione. Il grano da pulire veniva lanciato in aria con le pale di legno, cercando di sfruttare l’azione del vento e l’effetto del lancio. Per una pulitura più accurata veniva usato anche un setaccio (u stazz) con fondo provvisto di fori più o meno grandi (quello da grano aveva i fori più piccoli). Diventato pulito, il grano veniva insacchettato e immagazzinato pronto per essere macinato e ricavare così la “preziosa ” farina. Dunque per secoli “sop all’er” (impropriamente chiamata gabbia dei leoni) a Mndron avveniva questa attività vitale per la sopravvivenza della comunità.”.
L’aia, nella prima metà del ‘900, era il luogo in cui si svolgeva la fiera degli animali e poi l’accensione delle batterie(i fuochi pirotecnici) in occasione della festa di San Trifone.
Negli anni sessanta “l’er “(avendo subito delle ristrutturazioni) fu adibita ad “occasionale” campo sportivo in terra battuta dove si svolgevano anche tornei notturni calcistici (denominati torneo della “canicola” perché avvenivano in piena estate) tra squadre di Canneto e Montrone organizzati dal carissimo e compianto Trifonuccio “la cugnette”. In quel posto stazionavano fino agli anni settanta pure le giostre sempre in occasione della festa di San Trifone. Nel 1971 gli amministratori dell’epoca decisero di recintare l’area con una inferriata e creare un parco (Don Luigi Stangarone, 1993). Il progetto non fu condiviso dall’opposizione e uno dei consiglieri del partito comunista, Antonio Cantacessi conosciuto come “u mene muzz”, durante una seduta del consiglio comunale con passionale veemenza e un linguaggio colorito inveì contro gli amministratori gridando: “Chite muurt ce site fatt la gagg pi liune!? “
Nonostante le colorite critiche, sop all’er ha continuato a rappresentare un luogo di aggregazione dei ragazzi, interessati a utilizzare il campo di calcetto, dove negli anni ‘90 si sono tenuti tornei provinciali seguiti da migliaia di persone. E siamo ad oggi; il luogo ha perso la centralità di un tempo, sia l’antica funzionalità lavorativa, sia la più recente destinazione sportiva. Pur posizionato in centro, fronte scuola, è sempre meno frequentato, figlio del disinteresse della comunità e del cambiamento nelle abitudini delle classi giovanili.




